venerdì 10 ottobre 2008

Io ti perdono

In mezzo a tanti bellissimi ricordi mi sembrava giusto inserire anche la lettera di Deborah. Non ci azzecca molto con il resto del blog ma rimane, secondo me, uno dei ricordi più intensi della settimana Calabrese.

Lettera di Deborah, figlia di Adolfo Cartisano, sequestrato e ucciso nel 1993. Uno dei sequestratori, pentito, dopo 10 anni, svela dove si trova il suo corpo (Avvenire del 23 luglio 2003)

Carceriere di mio padre, 
io vorrei incontrarti. È importante per me guardarti negli occhi, conoscere la persona che per ultima ha visto mio padre, che ha sentito le sue ultime parole, che ha condiviso con lui gli ultimi mesi della sua vita, quelli che a me sono stati sottratti. 
Vorrei sentirti raccontare una storia che fino a questo momento avevo perso la speranza di poter mai conoscere in questa vita. (...) 
Tu ci chiedi perdono, davanti a Dio e davanti agli uomini. Ecco, da quando la tua lettera ci è stata recapitata, la nostra vita non è stata più la stessa: la nostra famiglia si è ritrovata di colpo a rivivere tutto quanto era successo dieci anni fa. (...) Il dolore di una ferita che non si è mai rimarginata si è fatto sentire acuto come non mai. Quella paura che nostro padre non fosse più in vita, che per lunghi anni avevamo rifiutato di accettare, ora è diventata una certezza. Questa volta però alla sofferenza, al dolore indicibile di questa perdita così ingiusta e brutale, si è mescolata la speranza che tu ci hai dato - e oggi la conferma - di poter riavere le spoglie di nostro padre. Poter celebrare il momento dell'addio, poterlo accompagnare nel suo ultimo viaggio, poter piangere sulla sua tomba, andandolo a trovare ogni volta che ne sentiamo il bisogno, è per noi quel conforto umano che per troppo tempo ci è stato negato. (...) 
Non ci è stato restituito nostro padre vivo, ma ora tu ci restituisci, insieme con le sue povere ossa, una certezza nuova: quella che la sua vita non è stata immolata invano. La sua vita, unita a questi dieci interminabili anni del nostro patire, è stata offerta perché nel cuore stesso di un carceriere di 'ndrangheta potesse nascere questa sete di perdono. Il coraggio di chiedere perdono. Questo coraggio comporta una vera forza di conversione, per condurre a un reale cambiamento di vita, che porta ad assumersi le proprie responsabilità di fronte a Dio e di fronte alla legge. 
Questo coraggio ti permetterà di poter guardare negli occhi i tuoi figli, di liberarli dal giogo della affiliazione mafiosa. E non dovranno più vergognarsi per te. Mi piace pensare che mio padre prima di morire abbia parlato con te, che le sue parole siano penetrate in profondità nella tua anima, che durante questi dieci anni abbiano maturato intimamente la tua capacità - oggi - di chiedere perdono. E se a questo possono in parte aver contribuito anche le mie dolorose lettere scritte sul giornale, è motivo di conforto il riconoscere che nulla va perduto. Io prego Dio intensamente di riuscire a perdonarti dal profondo del cuore. 
So che la forza del perdono è la sola che può produrre conversione. Voglio arrivare a poterti dire: «Sì, io ti perdono, ed è per me anche una sofferta, intensa consolazione il riuscire a perdonare». Tu dici che sei malato, e non so se la tua malattia sia di tipo terminale. Se così fosse, io ho già la certezza che Dio ti accoglierà fra le sue braccia, e nel suo abbraccio potente cancellerà ogni tuo male, ogni tuo peccato, ogni tuo crimine, non importa quanto sia efferato. Dio è più grande del nostro cuore e in questa speranza io voglio pregare per te. 
Tutte queste cose te le ho volute dire insieme con i miei fratelli e con la mia mamma, le cui lacrime sono l'offerta più grande di dieci anni di dolore.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

penso che sia stata la cosa che ci è più rimasta dentro di questo viaggio

Anonimo ha detto...

Si sicuramente... Una cosa molto intensa...